Vittoria, mio core! Non lagrimar più, È sciolta d'Amore La vil servitù.
Già l'empia a' tuoi danni Fra stuolo di sguardi, Con vezzi bugiardi Dispose gl'inganni; Le frode, gli affanni Non hanno più loco, Del crudo suo foco È spento l'ardore!
Da luci ridenti Non esce più strale, Che piaga mortale Nel petto m'avventi: Nel duol, ne' tormenti Io più non mi sfaccio E rotto ogni laccio, Sparito il timore!
Ed è infine giunto il giorno nel quale la mia venerata insegnante di lirica mi ha concesso il cimento nella prima aria.
Maghestra Antonella, appoggiare è non dover mai dire mi dispiace ^^.
E già che ci siamo, ecco l'aria sublime toccata alla pischella Stella Libera (Mezzosoprano):
[...] Aljoscia aveva scelto la vita contraria a quella di tutti gli altri, ma con lo stesso ardente desiderio di compiere un atto eroico immediato. Non appena, dopo serie meditazioni, fu persuaso dell'immortalità e dell'esistenza di Dio, disse naturalmente a sé stesso: "Voglio vivere per l'immortalità e non accetto nessun compromesso intermedio" [...]
Freud e la la teoria psicoanalitica classica definiscono il sogno come la realizzazione allucinatoria, durante il sonno, di un desiderio inappagato durante la vita diurna.
Il che è dannatamente vero.
Ti sforzi con ogni fibra a controllare la mente ed il ricordo, e sopprimere un anelito impossibile, cagione di discreto tormento.
Ed ecco che in un sogno banale questo si realizza, e tutto il desiderio negato viene liberato perchè i lieti fini esistono, l'impegno paga e certe cose non sono esclusivamente affidate ai capricci del caso.
Triste risveglio (per dirla come Statale 17), resta l'angoscia.
Ma anche un senso di dolcezza, perchè da qualche parte un tenero abbraccio si è davvero consumato.
Ormai è qualche giorno che ci lavoro e già credo d'aver attraversato una quantità di fasi diverse nell'approccio ad esso.
Ora come ora lo considero una pagina dove mi sono sfogato con gli argomenti che mi riempivano la testa (si, anche Chuck Norris ^^), un oggetto superfluo e decorativo nel quale sferzare il mio senso estetico e qualche rituale ossessivo.
Ma ancora una via per comunicare, un incantesimo per il quale dalla consapevole confusione delle informazioni immesse confido emerga un senso compiuto da scoprire, per me e per chi altro legge.
E' un bello strumento che davvero da la possibilità per creare un'opera intellettuale, almeno per chi ci vede questo.
Se Internet è un oceano tempestoso di informazioni in cui tumultuose correnti si frangono con violenza apocalittica, mi piace pensare questa sia una barchetta di carta ben impermeabilizzata con la paraffina (magari quella fatta da Bill Denbrough per il fratellino George) che naviga con una parvenza di rotta e personalità.
E (cominciare le frasi con una congiunzione è errore) è bello buttare giù così i pensieri a ruota libera. Trallallà, trallallà. Ad esempio mi viene in mente l'ultima volta che ho guardato le stelle, ero col mio amico Riccardo (tenore anch'egli); e pensavo alle distanze astronomiche, al flusso del tempo, al sentimento per una ragazza che tramuterò in qualcosa di buono, in termini creativi. Il tenore canta "di quella pira" con i piedi ben piantati, le gambe divaricate ed il pugno chiuso, teso in segno di sfida. Per il resto se ne batte le cugge (genovesemente parlando).
(Ella ha abbandonato del tutto il suo capo su quello di lui e figge ora le labbra sulla bocca di lui in un lungo bacio)
PARSIFAL (Trasale improvvisamente con un gesto di fortissimo terrore. Il suo contegno esprime un profondo mutamento; si pone con violenza le mani sul cuore, come per vincere un dolore lacerante; infine prorompe):
Amfortas! - - La ferita! - La ferita! Brucia sul mio cuore. Oh! Lamento! Lamento! Terribile lamento! Dal più profondo del cuore balza il suo grido. Oh! - Oh! - Miserando! Pieno di strazio! La ferita ho visto sanguinare, - ora sanguina in me! - Qui - qui! No, no! Non è la ferita. Fluisca il sangue suo via a torrenti! Qui! Qui nel cuore l'incendio! La brama, la tremenda brama, m'afferra tutti i sensi e li costringe! Oh! - Tortura dell'amore! - come tutto freme e trema e spasima - in desiderio di peccato!...
(Mentre Kundry tra lo spavento e la meraviglia fissa gli occhi su Parsifal, questi passa al colmo dell'esaltazione) (con orrore, sommessamente)
Cupo il mio sguardo sulla coppa salutifera si fissa: - il santo sangue s'infoca: - gioia redentrice, divinamente mite, per gli animi tutti, quanti sono, palpita; soltanto qui - nel cuore, non vuole il tormento cedere. Il lamento del Salvatore, ecco io intendo, il lamento, ah! il lamento, per lo sconsacrato santuario: "Liberami, salvami, dalle mani macchiate dal peccato!" Così suonò quel divino lamento, dentro l'anima mia, alto e tremendo. Ed io - folle, o vile? Via me ne fuggii alle selvagge gesta d'un fanciullo!
(Si getta disperatamente in ginocchio)
Redentore! Salvatore! Signore di clemenza! Come espierò mai, peccatore, la mia colpa? [...]
Parsifal, di Richard Wagner. Secondo Atto.
[...] Subdolamente, la donna gli offre il suo amore al posto di quello della madre, e lo bacia sulla bocca; con un sobbalzo, Parsifal si divincola da quella stretta sensuale e sente bruciare sul proprio corpo la ferita di Amfortas, provocata da una seduzione simile. In lui rivive il dolore del re, la scena del suo tormento di fronte alla sacra coppa: la forza demoniaca del bacio di Kundry gli ha aperto finalmente gli occhi e la mente, e attraverso la compassione egli è divenuto sapiente (“Amfortas! Die Wunde! die Wunde!”). S’inginocchia e invoca il Redentore, assumendo su di sé la colpa di Amfortas. Così rivive la caduta del re, la sua seduzione, e trova la forza di respingere Kundry, la corruttrice, che cerca di giustificarsi con lui narrandogli la propria maledizione, iniziata nel tempo lontano in cui osò deridere Cristo mentre saliva al calvario. [...]
Dal "Dizionario dell'Opera", analisi del Parsifal, di Richard Wagner. Secondo Atto.
Non starò più a cercare parole che non trovo per dirti cose vecchie con il vestito nuovo, per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo...
O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti o che per le mie navi son quasi chiusi i porti; io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi, non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi...
Queste cose le sai perchè siam tutti uguali e moriamo ogni giorno dei medesimi mali, perchè siam tutti soli ed è nostro destino tentare goffi voli d' azione o di parola, volando come vola il tacchino...
Non posso farci niente e tu puoi fare meno, sono vecchio d' orgoglio, mi commuove il tuo seno e di questa parola io quasi mi vergogno, ma c'è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno...
Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa e quasi non ti accorgi dell' energia dispersa a ricercare i visi che ti han dimenticato vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato...
Tutto questo lo sai e sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri, saggi, falsi, sinceri... coglioni!
Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata? Ti dono, se vorrai, questa noia già usata: tienila in mia memoria, ma non è un capitale, ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale...
D' altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni e pago la mia casa, pago le mie illusioni, fingo d' aver capito che vivere è incontrarsi, aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare, bere, leggere, amare... grattarsi!